Parliamo di soldi

Parliamo di soldi: sembra questo il messaggio di fondo de L’editore presuntuoso di Sandro Ferri. Parliamo di libri, certo, di autori e autrici e ambizioni letterarie: ma con un occhio sempre al bilancio, ai conti, al fatturato.

È un approccio, quello del cofondatore di Edizioni e/o e Europa Editions, decisamente pragmatico, di conseguenza abbastanza raro in un mondo, quello della cultura e in particolare del mercato editoriale italiano, in cui una progressiva e ormai conclamata perdita di rilevanza viene spesso compensata da toni e retoriche sempre un po’ imbarazzanti (“La bellezza”, “L’importanza della lettura”, “Leggere rende migliori”, e via dicendo).

Intendiamoci: per quanto si ponga come un manuale destinato ai giovani che vogliano intraprendere l’avventura editoriale, L’editore presuntuoso non ha la pretesa di rappresentare un’analisi esaustiva del mercato. È piuttosto un memoir, un racconto di formazione da editore che non fa sconti a sé stesso e che ricorda, nei momenti più intimisti, Frammenti di memoria di Giulio Einaudi, e in quelli più polemici (ma non altrettanto corrosivi) il fondamentale Non leggete i libri, fateveli raccontare di Luciano Bianciardi.

Le criticità e le contraddizioni del mercato emergono nella prima parte del libro per poi tornare qui e lì, tra un aneddoto e l’altro, nel corso delle 250 pagine, molto scorrevoli, del volume. Nella prima parte, Ferri si trova a indagare, come un detective, sull’assassinio dell’editore-soggetto, ossia l’editore indipendente (ma può essere anche l’editor o il direttore editoriale di una major) che rivendica autonomia di scelta e cerca di imporre (di qui il “presuntuoso” del titolo) il proprio gusto a lettrici e lettori, al di là delle mode del mercato.

Come in un sacrificio rituale, però, i potenziali assassini di questo pur “strano ed eccentrico” soggetto sono diversi. Marketing, agenti letterari senza scrupoli, banche, mercato immobiliare, vecchi “arbitri” del gioco letterario persi ormai nella propria autoreferenzialità (critica, premi letterari e festival). Si tratta semmai di capire chi abbia sferrato il colpo decisivo, insomma.

Manca forse qualche cenno in più sulla distribuzione, che in Italia tanta parte ha avuto e continua ad avere nell’omologazione della proposta editoriale complessiva, e in generale sul digitale e su come ha impattato, stravolgendoli, sui nostri consumi culturali.

È innegabile infatti che oggi il libro non deve guardarsi solo da sé stesso, ossia da come viene pensato, prodotto e distribuito, ma anche da una serie di concorrenti che hanno preso sempre più spazio nella nostra dieta culturale. Credo sia superfluo stare qui a parlare di social network, podcast, video, serie tv, videogiochi e compagnia, mentre mi pare pacifico ammettere che tutte e tutti noi leggiamo in maniera molto diversa (e con tempi d’attenzione altrettanto differenti) rispetto non a dieci o venti ma anche solo cinque anni fa.

Benché non troppo approfondita, comunque, come dicevo l’analisi di Ferri trova il suo punto di forza nel tono e nell’approccio pragmatico, spesso quello di un imprenditore tout court (con qualche scivolone nella lingua tipica della promozione aziendale, in effetti) più che di un editore-soggetto. Tono e approccio che si misurano ad esempio nella distanza dalla raffinatezza e dal tocco intellettuale di Adelphi, pure stella polare per la nascita e l’impostazione iniziale di e/o, e dalle istanze più sperimentali e politiche di Goffredo Fofi, indicato comunque come costante riferimento (oltre che amico) da Ferri tra gli operatori culturali italiani.

C’è poi la parte più aneddotica del libro, quella appunto del racconto di formazione, in cui con molta franchezza Ferri tira fuori gioie e dolori della sua vita da editore-soggetto. Raccontando di patrimoni familiari andati in fumo, bilanci in rosso e clamorosi e inaspettati bestseller, anche qui Ferri va oltre le retoriche di settore che continuano a persistere in un’industria che, quando vuole autoassegnarsi patenti di qualità, tende a replicare cliché fuori tempo massimo (l’autore sempre un po’ sfigato, ripiegato su sé stesso ma posseduto dal sacro fuoco della letteratura, lo stesso editore come l’impresario fallito di un teatro di quart’ordine, sempre sul lastrico ma animato dalle migliori intenzioni culturali).

Quanto alle gioie, a ben guardare stanno soprattutto nei rapporti personali costruiti negli anni con autori e collaboratori, tanto che per Ferri (e per sua moglie Sandra Ozzola) la scelta di pubblicare un autore passava, soprattutto all’inizio, anche dalle vicende personali dello stesso, dalla portata della sua avventura umana. L’idea, specie quando e/o pubblicava scrittori e scrittrici d’oltrecortina, era portare anche la personalità e il bagaglio di esperienze umane e politiche all’attenzione di lettrici e lettori italiani.

Sono quindi molto belle e appassionate le pagine in cui Ferri racconta gli incontri, tra gli altri, con Christa Wolf, Kazimierz Brandys, Massimo Carlotto, Muriel Burbery e – per quel che si può raccontare – Elena Ferrante. Così pure i capitoli dedicati agli incontri e alle riunioni in giro per il mondo con altri editori, promotori e traduttori, e i viaggi in America, a Chicago e a New York, in vista della fondazione di Europa Editions.

Alla fine potremmo concludere che il pragmatico e per diversi aspetti disincantato editore-soggetto Sandro Ferri abbia trovato il senso di fare libri, quello vero e profondo che muta un’intera esistenza, paradossalmente fuori dai libri. Una sensazione amplificata dall’appendice de L’editore presuntuoso, in cui Ferri racconta – qui con uno sguardo e un passo da narratore puro – la sua disastrosa esperienza da libraio sul finire degli anni ’70 a Roma. Una disavventura sul piano umano e politico, che ha segnato la definitiva disillusione verso alcune forme e spinte culturali che andavano esaurendosi proprio in quegli anni, da cui c’è da scommettere che lo stesso Ferri, all’epoca, non pensava di uscire indenne.

Non è andata così, per fortuna di lettrici e lettori che hanno poi potuto incontrare il catalogo di e/o e i suoi titoli più o meno premiati a livello commerciale. E da lettore mi verrebbe da dire che il ruolo che il libro può giocare oggi nella sua contesa con il profluvio di contenuti digitali è testimoniato proprio dalle ultime pagine de L’editore presuntuoso: pagine che stanno tra la narrativa e la confessione senza filtro ma portata con gusto e consapevolezza, ancora capaci di creare una connessione intima con chi legge e rendere ancora inspiegabilmente unica quella singolare esperienza che facciamo leggendo.

(Minimaetmoralia.it, 17 febbraio 2022)

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