Il male incarnato: “La città dei vivi” di Nicola Lagioia

“I mass media prima ci hanno convinto che l’immaginario fosse reale, e ora ci stanno convincendo che il reale sia immaginario”: questo è Umberto Eco, riportato in epigrafe nella seconda parte de La città dei vivi di Nicola Lagioia.

Devo essere sincero: quand’è uscito, La città dei vivi mi ha sorpreso. Prima di tutto perché non pensavo che Nicola stesse lavorando a un reportage, e poi perché leggendolo ho scoperto che è molto diverso da La ferocia – quantomeno a livello linguistico.

La ferocia aveva una lingua fortemente espressiva, che chiedeva molto al lettore, ripagando tuttavia lo sforzo se si era disposti a compierlo (per me è stato così).

La città dei vivi invece è totalmente dalla parte del lettore: la lingua è semplice, la lettura scorre facile pagina dopo pagina anche per via di un ritmo e di una struttura che ti tengono continuamente col fiato sospeso, continuamente incollato alla pagina, nonostante la vicenda raccontata e il suo epilogo – l’omicidio Varani – siano noti a tutti.

Questa facilità di lettura è però un imbuto. Ne La città dei vivi si scivola in un viaggio nell’orrore – viaggio che invece non mi ha stupito, rispetto a La ferocia, non mi ha stupito che Nicola ne sia stato ossessionato e lo abbia intrapreso.

Sulla vicenda in sé non ho nulla da dire, è terribile da qualsiasi punto la si guardi e non mi va di fare sociologia da due soldi parlando di classe media implosa, crisi culturale dell’Occidente o dello stato di follia della Roma di questi anni.

Forse potrei borbottare qualcosa sul rapporto irrisolto di molti maschi con la propria sessualità – è assurdo come tanti dei protagonisti di questa vicenda preferiscano di gran lunga essere riconosciuti ed etichettati come tossici o assassini, piuttosto che come froci – ma anche qui rischierei di infilare banalità in serie.

Posso solo dire di una sensazione, allora.

Leggendo La città dei vivi mi sono fatto l’idea che il male – siamo sempre pronti a pensarci come vittime, a riguardo, mai come coloro che potrebbero portarlo, scrive l’autore – dicevo mi sono fatto l’idea che il male a un certo punto sia una specie di flow, che assuma i contorni e le vibrazioni di un’irresistibile spirale ritmica per cui non puoi più tirarti indietro e allora prosegui nella menzogna, nel tradimento o nell’assassinio pur di non fermarti a pensare a quello che hai compiuto, all’inferno in cui ti sei cacciato, pur di non provare colpa o rimorso o – peggio ancora – scoprire che non sei in grado di provare niente di tutto questo.

Non consiglierei La città dei vivi, non a cuor leggero almeno, evidentemente non per questioni legate alla qualità della scrittura. Ci sono state un paio di pagine in cui ho dovuto distogliere lo sguardo come si fa davanti a un film particolarmente crudo – con la differenza che se non guardi il film prosegue, la lettura no.

A proposito di film (e di rapporto tra immaginario e realtà): mentre leggevo ho pensato spesso al Joker con Joaquin Phoenix, o meglio a come Nicola deve aver guardato Joker mentre era ancora immerso, forse, nella vicenda di Manuel Foffo, Marco Prato e Luca Varani.

Non solo per la violenza psichica o per il “vuoto” del personaggio di Arthur Fleck o per le capacità manipolatorie e l’effeminatezza con cui viene rappresentato il Joker, ma per come quest’ultimo paia quasi incarnarsi nel corpo e nell’instabilità mentale del povero Fleck; per come il male possa arrivare a possedere, planandoci addosso apparentemente dal nulla, ciascuno di noi.