Scrivere un romanzo e sentirsi stocazzo

A volte il vero quesito è implicito, e si cela dietro un generico e apparentemente discreto “Stai scrivendo?”. Altre, specie con gli editori, la domanda è buttata lì senza girarci troppo attorno, secca e invadente: “Sì, ma ce l’hai un romanzo?”.

In ogni caso la mia risposta è sempre no, ho racconti (sempre meno), reportage, articoli, commentini, prosette… Ma a scrivere un romanzo non ci penso proprio (avendolo già fatto, si capisce).

Scatta quindi un senso di colpa, di inadeguatezza… Ti senti sbagliato. Il mondo del libro, lo dico con la massima stima per tutti gli editori e gli scrittori che conosco, è forse l’ambiente più conformista in cui mi sia capitato di imbattermi, in cui ci si adegua alle cose per come sono senza mai metterle in discussione; perché si fa così, da sempre (?), ed è così che vanno le cose – se vuoi avere successo.

Ma quale successo, poi? Economico? Non scherziamo – il giorno in cui sentirò parlare esplicitamente di soldi in ambito editoriale, be’, mi aspetto che sia lo stesso in cui mi saranno ricresciuti i capelli. Tutti quanti.

O stiamo piuttosto parlando di prestigio, di acquisizione di un certo status in un mondo che però è sempre più marginale, e che non accetta questa marginalità in virtù dell’attaccamento a un passato glorioso, forse mai esistito, certamente perduto da un pezzo?

Quando uno “ha scritto un libro”, dove per “libro” intendiamo ovviamente “romanzo”, finisce col sentirsi stocazzo, e si aspetta che gli altri lo trattino come stocazzo. E in effetti è proprio così che viene trattato, a ben vedere.

Se poi guardiamo alla carriera di un romanziere, l’assurdità si rivela in tutto il suo splendore: scrivi un romanzo, se va bene fai un po’ di soldi e accedi al livello successivo, che è fare tutt’altro, cioè essere pagato per scrivere articoli, trasmissioni, film, serie, o addirittura diventare un personaggio televisivo.

In pratica, i romanzi si scrivono per smettere di scriverne.

Semplicemente, l’obiettivo è passare da “romanziere” a “autore” o “personaggio”. Tralasciando quest’ultima ipotesi, penso che ci siano molti altri modi per diventare “autore”, modi molto più creativi, remunerativi e soprattutto meno dolorosi che passare dal momento “romanziere”.

D’altra parte, se tutti ti chiedono di scrivere un romanzo, significa che nessuno te lo sta chiedendo veramente.

Alla fine, dal senso di colpa per aver smesso anche solo di pensare di scrivere un romanzo mi salva, guarda un po’, l’esser lettore. Intendo questo: se come lettore leggo pochissimi romanzi – nel senso che potrei rileggere all’infinito quei dieci, venti romanzi che mi hanno davvero dato qualcosa – perché dovrei sentire l’impulso di scriverne a mia volta?

Perché per essere uno scrittore bisogna ancora, necessariamente qualificarsi come romanziere, al posto di blocco della polizia letteraria?