Credere a Star Wars

Una lama di luce rossa illumina una figura nera nella semioscurità di un corridoio. Dall’altra parte il portellone della nave è bloccato: in trappola, i ribelli che portano i piani della Death Star sono spaventati a morte. Probabilmente perché non hanno mai visto Darth Vader o una spada laser prima d’allora. Forse non hanno mai neppure sentito nominare Vader o la Forza. E se qualcosa hanno sentito, l’avranno certamente derubricata a vecchia superstizione.

Per la maggior parte, chi abita nella galassia raccontata da Star Wars vive lontano dalla componente filosofica e spirituale legata a Jedi e Sith. Soldati, mercenari, cercarottami e semplici contadini: per questa gente è difficile credere che ci sia altro fuori da una quotidianità fatta di ruggine, fame, sfruttamento, lotta per la sopravvivenza. Più semplicemente, per queste persone è difficile credere. E anche il Senato, la Repubblica, l’Alleanza Ribelle, l’Impero o il Primo Ordine sono istituzioni tutte distanti alla stessa maniera.

Ma non è poi tanto diverso ai piani alti dell’Impero. Lo stesso Vader, come accadrà al nipote Ben Solo in seguito, è sopportato a malapena dai gerarchi imperiali, che lo vedono come un residuato bellico infarcito di cretinate pseudomagiche. E poi: che diavolo è? Un uomo? Una macchina? Un’arma segreta dell’Imperatore?

In Star Wars torna spesso la contrapposizione tra supremazia tecnologica e magia, tra tecnica e natura. Non sempre la prima è cattiva e la seconda è buona, come sarebbe facile pensare guardando alle varie Death Star e Starkiller che distruggono pianeti per la maggior parte verdi e rigogliosi. È attraverso la Forza che Anakin Skywalker spera di scavalcare la morte per vivere in eterno con Padmé, ma è la tecnologia a tenerlo in vita come Darth Vader. E poi: la via naturale dei Jedi non sarebbe la stessa senza la tecnologia delle spade laser, e agli stessi Anakin e Luke Skywalker viene montata una mano robotica in sostituzione di quella amputata. Ancora, i droidi possono morire ed essere pianti come fossero amici o animali domestici. Quanto alla morte: mentre per i Jedi è un momento di ricongiungimento con l’universo, per i Sith è insopportabile. Del resto, tutta la vicenda dell’Imperatore Palpatine, come quella di Anakin, si gioca sul desiderio di sconfiggere la morte.

Ma anche questi sono discorsi che riguardano in un certo senso i privilegiati, tutti coloro che in Star Wars hanno un nome, una storia personale. Nei posti più periferici della galassia ci si limita invece a subire o a ignorare la storia ufficiale, lontani da repubbliche e tirannie che continuano a susseguirsi senza troppe differenze l’una dall’altra. Quello che resta alla portata delle creature comuni sono di volta in volta i resti delle guerre precedenti: vecchi avamposti su Endor, scheletri di enormi Star Destroyer precipitati nel deserto di Jakku, armi rimaste a prendere polvere in vecchi bunker abbandonati.

Per questo credere, come dicevo prima, è cosa assai difficile, che tocca a pochi eletti. Ad esempio a Rey e a Finn. Quando lo incontrano per la prima volta, il vecchio Han Solo gli dice che sì, è tutto vero, i Jedi la Forza e tutto il resto esistono davvero. Dovete avere fiducia – o meglio speranza –, anche se verrà messa a dura prova da tutti gli orrori e le perdite cui andrete incontro.

Uno che è disposto a credere, per quanto a modo suo, è il figlio di Han Solo, Ben, che sceglie di intraprendere una via molto personale nell’adesione a ciò che resta dell’Impero e alla causa dei Sith. È uno che vuole spazzare via il passato, Ben Solo/Kylo Ren: nella sua furia iconoclasta, l’unica cosa che rispetta e risparmia è la reliquia della maschera del nonno Vader. Un oggetto che sembra confortarlo e schiacciarlo allo stesso tempo, come in fondo accade con tutte le reliquie. Di fronte a quell’elmo, Ren stabilisce che l’eredità del nonno è quella del Sith e non quella del Jedi Anakin Skywalker. È una ricostruzione a posteriori, per certi versi in odore di revisionismo storico, che fa comodo al Ren che si appresta a diventare leader supremo. Un postadolescente tormentato e rabbioso, assolutamente deideologizzato, che sta cercando il suo posto nel mondo: e per farlo indossa anche lui una maschera.

Kylo Ren è unico, nel panorama di Star Wars. Figlio di una coppia fallita, è sfuggente anche per il suo maestro Luke Skywalker, e ambiguo è tutto il loro rapporto. È Luke che in un impeto di terrore e follia vuole uccidere il ragazzo, o è il ragazzo che è troppo pericoloso per essere lasciato in vita? I legami di sangue non sono tutto, come imparerà Rey Palpatine, e così Ben Solo può diventare Kylo Ren, scegliendo e seguendo però il modello del nonno. A differenza di Vader, tuttavia, e anche del giovane Anakin Skywalker, Kylo Ren non riesce ad assumere l’archetipica statura dell’angelo caduto. Quando le cose non funzionano, Kylo Ren distrugge stanze, sospira guardando nel vuoto, se la prende con gli ufficiali del Primo Ordine. Anakin, invece, esplora i confini più pericolosi del Lato Oscuro.

Se entrambi sono manipolati dall’Imperatore, la differenza sostanziale tra Ren e il giovane Anakin è che il primo crede solo in se stesso, mentre il secondo è mosso dall’amore per Padmé. Ancora, se Anakin ha un rapporto di profonda amicizia col maestro Obi-Wan Kenobi e persino col droide R2D2, Ren è fermo nella sua solitudine, almeno fino all’incontro con Rey.

“Io so cosa devo fare, ma non so se ho la forza per farlo” dice Kylo Ren al padre Han prima di ucciderlo. Glielo ripeterà qualche tempo dopo, quando lo rivedrà in forma di ricordo. Stavolta a parlare sarà di nuovo Ben, a un passo dalla conversione. La conversione di Kylo Ren fa parte del percorso di emulazione delle gesta del nonno da parte dell’ormai ex leader supremo. Come per Vader col figlio Luke, sarà il sacrificio di Ben a salvare la vita a Rey, a ristabilire – se non un equilibrio – quantomeno la verità storica su Vader e a garantire la prevalenza del Lato Chiaro sul Lato Oscuro. La trasformazione in Fantasma di Forza da parte di Ben è forse la vera ascesa di uno Skywalker: non a caso avviene nello stesso momento dell’ascensione di sua madre Leia, figlia di Anakin e Padmé.

Ma di tutto questo, ancora una volta, nel resto della galassia arriverà solo un’eco lontana. A malapena saranno ricordati i nomi di eroi come Iden, Hera, Jyn, Ezra, K2SO, Rex, Cassian. Altri eroi involontari non ne avranno neppure, di  nomi, solo una maschera e una pur invidiabile armatura di Beskar da portare in giro per nuove avventure. In attesa di nuove rivoluzioni e nuovi ritorni al passato.

In effetti quello che molti hanno chiesto a Star Wars, soprattutto negli ultimi tempi, è stata una rivoluzione nella conservazione, quando non addirittura nella restaurazione. Uscendo dal cinema e volendo allargare un po’ il campo correndo il rischio di generalizzare, è quello che spesso chiediamo all’arte e persino alla politica in questi anni. Cambiamo tutto, per tornare a un prima che non ha più motivo di esistere: e però ci rassicura. Perché il nuovo, quello che inevitabilmente può spiazzare e lasciare senza fiato per forma e sostanza, fatica a nascere. Perché siamo confusi, tormentati, sempre in periferia di qualcos’altro e scettici rispetto alla possibilità di credere. Come Ben Solo, sappiamo cosa dobbiamo fare, ma non sappiamo se abbiamo la forza per farlo, o quantomeno per desiderarlo.

(Minima&moralia, 24 dicembre 2019. Fonti: questo articolo di Cristiano Saccoccia, quest’altro di Alessandro Palladino, e il libro I mondi di Star Wars di Giorgio Ghisolfi, edito da Mimesis.)