Una poesia di Michael Jordan

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È davvero difficile comprendere perché The Last Dance sia così bello. È vero, dentro c’è parte della storia di quello che è forse il più grande atleta di tutti i tempi, ma questo non basta a rendere il documentario di Jason Hehir ciò che è: una macchina perfetta, l’equivalente narrativo dei Chicago Bulls dei sei titoli NBA. Si potrebbe provare a smontare e rimontare questa macchina… per poi non venirne comunque a capo.

Ad ogni modo, il documentario si conclude con un esperimento di scrittura collettiva. Nell’estate del 1998, dopo la vittoria del sesto titolo, i Bulls vengono “sciolti” dalla dirigenza. Per elaborare il lutto, cioè la fine del ciclo bullsiano, l’allenatore/sciamano Phil Jackson invita i giocatori a buttare giù, ciascuno per sé, cos’ha rappresentato l’esperienza di Chicago nelle loro vite. Per poi condividere quanto scritto.

Sulle note di Present Tense dei Pearl Jam apprendiamo che Michael Jordan ha deciso di mettere in versi i suoi sentimenti.

Per quello che abbiamo potuto vedere fino a quel momento, fuori dal campo MJ non appare una persona particolarmente creativa (niente battute sul gioco d’azzardo, grazie) o incline alla poesia propriamente detta. Quando lo vediamo alle prese con un pianoforte sembra un bambino che gioca a fare il pianista classico, premendo tasti a casaccio. E il suo umorismo è quello, ordinario e lineare, tipico dei primi della classe senza alcun senso dell’umorismo (chiedere a Scott Burrell).

Eppure, da quel che raccontano i compagni di squadra, nella poesia scritta per l’addio ai Bulls Jordan riesce a mettere la sua emotività e i suoi sentimenti come non è mai riuscito a fare prima d’allora, mostrandosi persino capace di empatia e compassione. Non stentiamo a crederci: sono stati sempre i suoi compagni a ricordarci quanto MJ fosse competitivo, prepotente e anche odioso, in campo e nello spogliatoio, quindi – economia narrativa a parte – adesso non avrebbero motivo di mentire.

Il fatto però è che il contenuto della poesia non viene svelato nel documentario. Il testo viene poi bruciato, così come tutti i testi scritti dai Bulls per l’elaborazione del lutto. Fa parte del rito voluto da Phil Jackson.

The Last Dance si conclude così, con quest’oggetto misterioso che porta a chiederci: cos’ha scritto Michael Jordan in quell’occasione? Se potessimo leggere quei versi, potremmo finalmente accedere all’MJ più intimo, tutto sommato ancora sconosciuto e rimasto chiuso a doppia mandata dentro di sé dopo oltre vent’anni di continua esposizione in pubblico?

Non lo sapremo mai. D’altra parte, tutto quello che MJ voleva farci sapere di sé è nella sua vita sportiva, come conferma – con omissioni e ellissi – lo stesso The Last Dance. Il finale, semmai, ci ricorda che non occorre essere dei poeti laureati per poter esprimere sé stessi con la scrittura. E per questo è curioso: curioso che per conoscere appieno – o illudersi di poterlo fare – un uomo che è stato “tutta immagine” come Jordan, si debbano mettere da parte le immagini per ricorrere alla scrittura.

Comunque, se proviamo a cercare in rete qualcosa a proposito di MJ e poesia, troviamo centinaia di migliaia di omaggi dei fan. E poi un breve componimento d’amore dello stesso Jordan, scritto nel 1980.

S’intitola Only you, ha questa brutta grafia e fa così:

only you_michael jordan_1980_the last dance