Come si esce da un concerto dei Massive Attack?

Non faccio più foto né video ai concerti, la sola idea di prendere il telefono nel corso di un concerto mi sembra una testimonianza di idiozia pura. Motivo per cui non ho foto dei Massive Attack ieri sera al Medimex.

Performance seria. Potente. Inizio 21.30, fine alle 23, con una lunga coda psichedelica. Frazier, Andy e Miller voci incredibili. Niente bis. Ma non ce n’era bisogno.

Mi chiedo però come si esca da un’esperienza del genere. Per certi versi il concerto dei Massive Attack è una puntata di Report glitchata, sotto acidi. Un’ora e mezza di Gaza, Netanyahu, bombe, Trump, sfruttamento, schiavitù e controllo tecnologico, distopia realizzata, eccetera.

I Massive Attack ti vomitano addosso la realtà mediatica che viviamo ogni giorno attraverso visual e parole. Il loro non è un concerto “politicizzato”, come si suol dire per screditare qualcuno, ma fortemente politico. Per fortuna si fermano un attimo prima della retorica e della didascalia. Ma di fatto replicano la realtà per come ci passa sotto il naso quotidianamente, sul telefono e in televisione.

Come si esce da questo concerto, allora? Più informati? Indignati? O impotenti? Certo è liberatorio stare lì a cantare tutti insieme Free Palestine o fischiare Netanyahu. Ma poi che succede? Chi va a un concerto dei Massive Attack, in fondo, non è già informato su quel che accade nel mondo, non è forse già d’accordo con Del Naja e soci?

Non sarebbe un successo se invece qualcuno prendesse e se ne andasse borbottando dopo due o tre canzoni, dopo l’ennesimo riferimento all’attualità? È mai accaduto?

È pur vero che molte cose dette e viste durante il concerto, sui social non si possono dire (ehi ma allora è vero che non si può dir tutto…!),

però…

Però niente. Non ho una risposta. Cosa chiediamo alla musica, ai concerti? Cosa chiedevamo trent’anni fa, cosa chiediamo oggi? In alcuni momenti, durante il live dei Massive, mi è sembrato di stare a un concerto negli anni 90, quando c’era fame di riconoscersi tra simili, in circuiti alternativi in cui circolavano idee diverse.

Una cosa mi ha colpito, comunque. Sui classici (Angel, Unfinished Sympathy, Teardrop) non ci sono visual, o se ci sono non sono politici. Quasi che quelle canzoni debbano restare intoccate e libere (questo il sospetto) dallo schifo che viene denunciato e sottolineato nel corso degli altri pezzi.

Su Unfinished Sympathy mi sono voltato a guardare il pubblico e mi sembrava beato, pacificato, libero appunto da tutta la melma che ci indigna e ci paralizza ogni giorno tra senso di colpa e impotenza.

Forse in questi tempi bui la musica può elevarci, liberarci appunto dal peso di ciò che viviamo ogni giorno, aiutandoci a migliorare almeno un po’ come singoli individui attraverso la bellezza? O è piuttosto una forma di escapismo, questa?

Ma non ho una risposta, davvero. Dopo il concerto un video comunque l’ho fatto, al dj set di Dave Rowntree dei Blur. Di colpo tutto mi sembrava normale, avevo sedici anni, Girls & Boys andava su Mtv, non c’erano bombe e la gente ballava, d’estate, davanti al mare.

Il giorno dopo, stamattina, mi sveglio e Trump ha bombardato l’Iran.