E se Werner Herzog non avesse mai umiliato Emmanuel Carrère?

Quello di Ucronia non è ancora il Carrère adulto e affermato che siamo abituati a frequentare oggi. Manca ancora la prosa porosa, percussiva ma sempre raffinata, manca l’autofiction tremendamente autocompiaciuta per alcuni lettori, irresistibile per altri. Nessuno scandalo, in ogni caso: se il testo, apparso per la prima volta nel 1986 in Francia e riproposto nel 2024 da Adelphi in Italia, si presenta qui e lì piuttosto legnoso a livello formale, non per questo risulta meno interessante sul piano delle idee e della teoria letteraria. “Ci resta il senno di poi, che è la letteratura” sostiene tra le altre cose il ventinovenne Carrère a proposito della materia ucronica, da cui è insieme respinto e attratto. Ma sappiamo che il senno di poi è anche la vecchiaia, per dirla con Yasmina Reza (Felici i felici, sempre dalla Francia, sempre per Adelphi in Italia), con tutto quello che ne consegue in termini di possibilità mancate e ripensamenti. Mettendo insieme queste due idee sul “senno di poi”, potremmo individuare da un lato una sostanziale identità tra letteratura e vecchiaia, dall’altro concludere che l’ucronia è una frenesia letteraria del rimpianto, della nostalgia per uno spaziotempo che non si è mai realizzato e che si vorrebbe più reale della realtà; per questo, secondo Carrère, sarebbe da preferirgli la letteratura che non intende cambiare la Storia, più divertente e coerente con l’idea di puro e semplice gioco mentale, esercizio estetico o semplice intrattenimento che la stessa ucronia dovrebbe rappresentare (mentre al contrario restituisce sempre una “immagine essenzialmente triste della letteratura”, corsivo originale). D’altra parte, a proposito di Storia, a noi oggi sembra di vivere in una distopia in cui si sono realizzati i peggiori incubi su guerre, autocrazie e disastri climatici. Forse una delle difficoltà maggiori nel leggere Ucronia è proprio nel trovarci sintonizzati, a quasi quarant’anni dalla sua originale stesura, su una percezione fatalmente deteriore della contemporaneità. Il presente come distopia concreta di un tempo passato in cui era ancora possibile immaginare ucronie e utopie irrealizzabili e perciò credibili, altre versioni della Storia cancellate dalla “realtà per quella che è” (cfr. Limonov), univoca e immodificabile. Ipotesi che raticheferebbero le teorie di Carrère sulla sostanziale inutilità dell’ucronia. Tuttavia, checché ne abbia scritto all’epoca (“adesso preferisco voltare le spalle all’ucronia”, a quell’immagine triste eccetera), il nostro resterà comunque ucronista a sua volta, non solo in quanto attento lettore di Philip K. Dick (mentre avrà mollato Callois, Geoffroy, Renouvier e compagnia), ma come frequentatore di vite altrui, di vite che com’è noto non erano la sua. Per dirne due: “col senno di poi” cosa sono se non ucronie, la doppia vita del Jean-Claude Romand de L’avversario e quella nuova e più inquietante, che fa retcon della precedente, del protagonista senza nome de I baffi? Rispettivamente due universi paralleli che coesistono all’interno della stessa biografia, “due opposte esistenze virtuali di uno stesso uomo”, come scrive lo stesso Carrère a proposito delle vicende del romanzo Verso lo Stretto di Bering di Marcel Numeraere. In tema di universi paralleli, va segnalato che in Ucronia lo scrittore francese scova, senza saperlo, il precedente che ha probabilmente ispirato Stan Lee e Marvel Comics per la serie What if…? e per tutto il fortunato filone del multiverso approdato anche al cinema. È il racconto di André Maurois Se Luigi XVI avesse avuto un po’ più di fermezza (1928), in cui si immagina una biblioteca di possibili universi paralleli, tutti perfettamente coesistenti tra loro, osservati da un “bibliotecario celeste”, il quale non può che ricordare Uatu, l’osservatore anch’esso celeste della Marvel. Quest’osservatore impotente, che può solo assistere al farsi e disfarsi di piani temporali che tendono a biforcarsi all’infinito, è l’esatto opposto dell’ucronista che, mosso da evidente “interesse ad agire”, interviene sulla Storia provando a riscriverla. Ma riscrivere la Storia non è riscrivere la realtà, come sa bene lo stesso Carrère: “Bisognerebbe allontanarsi dall’ucronia, dagli universi paralleli, dal rimpianto di cui sono pervasi, e avventurarsi nella realtà. È difficile, ma mi piacerebbe provarci” (cosa che in effetti avrebbe fatto in seguito). Per avventurarsi nella realtà occorrono tuttavia altri mezzi e altre forze, come sa ad esempio Werner Herzog. 

Parlando di ucronie, non è possibile non immaginare (uso una spiacevole doppia negazione per affermare con più vigore) uno spaziotempo in cui Ucronia non è mai stato scritto. Questa biforcazione si manifesta nella vita di Carrère nel 1982, quando il venticinquenne Emmanuel, allora critico cinematografico, si presenta alla porta della stanza d’albergo in cui alloggia Werner Herzog a Cannes (quell’anno si presenta Fitzcarraldo, Palma d’Oro per la miglior regia). L’intenzione – Carrère lo racconterà, o meglio lo racconterebbe in Limonov – è quella di intervistare Herzog e magari scambiare due chiacchiere sulla monografia che gli ha dedicato. Sappiamo com’è andata: senza neppure aver letto il saggio, Herzog lo definisce “Bullshit”, maltrattando il giovane Carrère e limitandosi a rispondere “professionalmente” (quindi, meccanicamente) alle sue domande. Non fosse per questo spiacevole episodio, forse non avremmo avuto Limonov (ecco il condizionale nella precedente parentesi) ma possiamo immaginare un universo non meno reale del nostro in cui Herzog fa accomodare Carrère nella sua stanza, dà un’occhiata al suo saggio e lo trova interessante. Chiacchierando, Herzog riconosce nel giovane critico cinematografico francese uno spiccato approccio crudo e laico alla vita, una comune tendenza a mischiare le carte tra realtà e finzione (entrambi esaltati dall’una, arresi all’altra), un comune “interesse ad agire” che altro non è che “l’identificazione della ricerca poetica con la performance fisica” (dal saggio di Carrère su Herzog, che ci auguriamo Adelphi pubblichi prima o poi anche in Italia in questo nostro universo). “Col senno di poi”, in buona sostanza, Carrère ricorda a Herzog sé stesso a vent’anni (nel 1982 Werner di anni ne ha quaranta, ma ne dimostra cinquantatré). Inizia così la collaborazione tra i due: per trent’anni tutti o quasi i film di Werner Herzog saranno scritti insieme a Carrère, che di conseguenza non avvierà alcuna carriera da scrittore e non pubblicherà alcun libro almeno fino al 2016, a collaborazione terminata. È di quell’anno infatti Ognuno per sé e Werner per tutti, biografia di Herzog pubblicata in Italia da Feltrinelli, in cui Carrère si toglierà più di qualche sassolino dalla scarpa, spesso sottraendo magia e finzione a tanti degli episodi “mitici” che costellano la leggendaria vita del tedesco, in pratica facendo fact checking (se vogliamo il contrario, grigio e noiosetto, dell’ucronia come di ogni letteratura): no, non è vero che quella volta Werner ha dormito a -20 gradi sulla vetta di una montagna nel pieno di una burrasca, no, non è vero che assoldava ubriaconi perché s’inginocchiassero a pregare sulla superficie di un lago ghiacciato nella Russia bianca, no, non è vero che quella cicatrice sul volto gliel’ha fatta un topo in Africa… Quella gliel’ho fatta io, con un piccolo coltello, nel corso di un brutto litigio avvenuto la notte di Natale del 1992 a Los Alamos, dove avevamo deciso di passare le feste per lavorare a un nuovo film che non è mai stato realizzato. I motivi del litigio non li ricordo, il film neppure, ma è tutto così vero e limpido nella mia mente che è come se fosse reale. È la vita con Werner, che ho sognato, e nonostante i pugni e gli sberleffi e tutto il resto, è stata bella e vivace come quella di un film. Ho sempre paura di svegliarmi nel cuore della notte e scoprire che le cose sono andate in modo diverso, che certe cose, anche le più atroci e sconnesse, non siano mai accadute. Ho il terrore di scoprire che non ho amato quel che amato e detestato quel che ho detestato, in Werner come in tutte le persone che conosco; il terrore di aver solo immaginato alcuni episodi di questa vita, magari di averne scritto soltanto come autore di fantascienza, di essere stato in cima al faro in una notte in tempesta invece che su una barca in mare aperto, ad affrontare la tempesta. Ora che ne scrivo finalmente comprendo perché a Werner sia sempre piaciuto tanto scrivere (è uno scrittore più bravo e più onesto di me, basta il suo Sentieri nel ghiaccio per capirlo), ma realizzo pure che la forma vera della letteratura, il suo genere prevalente, è sempre la nostalgia, il rimpianto. Il dramma di non fare più cinema con Werner, e probabilmente di non fare mai più cinema in vita mia, non è tanto dovermi cercare un altro mestiere (cosa che con poca convinzione provo a fare con questo libro, in cui lo stesso Werner mi tiene ancora per mano) ma dover fare proprio questo: scrivere. Mi trovo improvvisamente in un universo parallelo in cui rischio di non essere più io, una sorta di ucronia del presente in cui scopro di me ogni giorno parti sopite, che ho tenuto nascoste per trent’anni, del tutto virtuali e dunque di nessun interesse (cosa me ne faccio, a sessant’anni, di sapere ciò che sarei potuto essere?); è per me questa una resa fatale, pensare che non resti altro che la letteratura, il senno di poi, la forza coatta della vecchiaia o la conclusione di un libro mai scritto, che qualcun altro in qualche altro universo potrebbe comunque aver letto a mia insaputa.

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Ucronia (Adelphi, 2024) è tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco
Felici i felici (Adelphi, 2017) è tradotto da Maurizia Balmelli
Limonov (Adelphi, 2012) è tradotto da Francesco Bergamasco
Sentieri nel ghiaccio (Guanda, 1980) è tradotto da Anna Maria Carpi
Ognuno per sé e Werner per tutti (Feltrinelli, 2016) è tradotto da Manlio Calaprico

(Minimaetmoralia.it, 15 ottobre 2024)